I ragazzi che si amano

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

(Jacques Prevert)

Foto dal Web
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A te, Vita

Stavo morendo, mi stava uccidendo. La Vita.

Lei che un tempo, con la sua maestria, non solo mi confondeva e mi uccideva, ma anche mi teneva in vita, mi confortava, mi aiutava, mi dava speranza.

Lei che si era presa cura di me giorno dopo giorno, accompagnandomi in questo duro cammino.

Lei che credeva in me, che mi spronava, che mi apprezzava.

Lei che col suo tocco impercettibile mi faceva sempre capire di essere con me.

Lei che respirava insieme a me.

Lei che, un giorno, improvvisamente, smise di fare tutto ciò.

E io traballavo, barcollavo, arrancavo, soffocavo.

Io che avevo perso la speranza, mi arrabbiavo col mondo. Con l’ingiustizia.

Io che ero vuota. Dentro.

Io che non mi sentivo più bene, all’altezza.

Io che ero sempre fuori luogo.

Io che ero morta. Per colpa sua.

Io che in quel giorno in cui avrei detto di tirare l’ultimo respiro, l’ho rivista.

Lei era tornata, senza pensarci, regalandomi un figlio.

Gli spaghetti

Ti svegli.
Svogliata come sempre.

Ad affrontare come ogni giorno quella tua lotta personale che, speri, un giorno, ti possa portare ad essere una donna realizzata e affermata lavorativamente e psicologicamente parlando.

In realtà non sei altro che una giovane diplomata, con ormai già 5 anni di esperienza lavorativa.
D’altronde tu hai iniziato a lavorare da subito. Diploma e via. Rinchiusa in un ufficio davanti ad un misero PC e ti senti un po’ come gli spaghetti.

Hai presente gli spaghetti? Ti senti sciupata, viscida, bagnaticcia, sugosa, magretta, scarna, inconsistente e difficile da prendere. Perché, ammettiamolo, sei esaurita.

I primi anni eri arzilla, avevi voglia di fare, producevi molto, lavoravi al 100%, ti sentivi un super tortiglione, non uno spaghetto come adesso.

E non capisci il perché. O meglio forse lo sai.
Il tuo capo è uno stress, ti rimprovera per qualsiasi cosa, ti umilia davanti ai colleghi, ti usa come capro espiatorio e ti paga una miseria, tanto che non puoi nemmeno definire stipendio quello che porti a casa.

E vai avanti, sognando. Sperando.

Aspettando il…….boh. Non lo sai. Aspetti che ti piova addosso l’opportunità della tua vita. E aspettare è controproducente. Sai perfettamente che non ti aiuterà a migliorare la situazione che stai vivendo.

Ma. Stai li inerte lo stesso, perché il tuo misero salario e la tua autostima finita oltre quello che generalmente definiamo ‘sotto terra’ non ti permettono di rischiare a cercare di dare un significato alla parola Vita.

Ma per oggi basta, smettila di piangerti addosso.
Vattene a casa dai, che tuo figlio è li ad aspettarti a braccia aperte.