E allora prendimi.

Tu devi solo prendermi, tirarmi delicatamente per un braccio, avvicinarmi a te e stringermi forte forte.
Devi permettermi di appoggiare le mie mani sul tuo petto e lasciarle salire sul tuo collo mentre dolcemente mi baci la fronte.

Voglio guardarti negli occhi e mostrarti quanto sia bello il riflesso di te nel mio sguardo.

Voglio le tue braccia attorno al mio corpo, le tue dita fra i miei capelli, le tue labbra che sfiorano le mie e il tuo respiro caldo sulla mia morbida pelle.
Lasciami sfiorarti con le dita, lasciami esplorarti ovunque voglia e lasciami donarmi sempre di più a te.

Respira con me, all’unisono. Siamo una cosa sola.

Lasciami sussurrarti all’orecchio quanto ti amo, voglio ascoltare la tua voce melodiosa che ansima: ‘Anch’io ti amo’.
E lentamente travolgimi e rapiscimi sempre di più.

Sdraiati sopra di me, assapora la mia bocca e scalda il mio cuore e la mia mente come solo tu sai fare.
Continua però e non fermarti mai. Voglio che il mio cuore batta per sempre.

Io voglio vivere. Di te.

I baci

Vanno bene i baci sulla fronte, sulla guancia, sulle labbra.
I baci sul collo vanno benissimo.
Vanno bene i baci sotto al ponte e sopra al ponte.
I baci sul fiume, i baci al mare, i baci in tenda.
Vanno bene i baci con un po’ di lingua, i baci con abbastanza lingua e vanno bene i baci senza lingua se è una scena al cinema.
Vanno bene i baci con la lingua a mulinello se è cinema porno o siete ubriachi di vino in piazza.
Vanno bene i baci sotto la pioggia, con o senza ombrello.
Vanno bene i baci alla partenza, ma io preferisco quelli all’arrivo.
I baci sono belli alla stazione ma sono bellissimi anche quelli in macchina, possibilmente non mentre si guida.
Vanno bene i baci nei film, i baci in teatro, i baci mentre scorre il film e voi siete in ultima fila, ma vanno bene anche i baci quando siete in prima fila e tutti vi guardano.
Vanno bene i baci prima di entrare a scuola, i baci al cambio dell’ora, i baci durante la ricreazione con il sapore del panino alla mostarda in bocca.
Vanno bene i baci sotto al sole, e se il sole è forte meglio non essere vestiti.
Vanno bene i baci in acqua, con il sapore di salsedine in bocca, perché se vi state baciando davvero è buona pure la salsedine.
Vanno bene tutti i baci se l’altra persona è d’accordo.
Vanno bene i baci sia gay che etero.

Fonte: http://www.fanpage.it/i-baci-che-vanno-bene/

Ti amo

Sono i TI AMO che ho sempre venerato.
Quelli detti senza muri, senza paura, senza timore, senza mezzi termini e senza paletti.
Quelli che solo a sentirli scatenano in pancia la danza degli elefanti, altrochè le farfalle.

Sono quei TI AMO che sai perfettamente essere sinceri. Puliti. Veri.
Quelli attesi, desiderati, sognati e sussurrati sotto la pioggia.
Quelli che ti fanno sentire così viva, così bella e così forte che improvvisamente diventi ricca. Dentro.

E’ quello il loro scopo. Nascono per donarti la vita.

E non importa se fuori fa caldo, se è stata una giornata pesante, se sei in auto o ad una cena romantica.
Non importa se sono detti durante un bacio focoso, durante una partita sportiva, o nel mezzo di una pausa pranzo.

Essi sono così. Così grandi che il dopo non conta. Che il prima non conta.
Esistono solo in quell’attimo, così fuggente e così semplicemente per sempre.
Si, perchè quei TI AMO sono PER SEMPRE.

Sono quelli da farci l’amore, quelli dove devi spogliarti, via i vestiti, ma non quelli che indossi, devi togliere i vestiti dell’anima.
Spogliati. E non ricoprirti mai più, perchè non avrai freddo. I TI AMO ti scalderanno. Eccome se ti scalderanno.

Il piccolo principe. XXI

In quel momento apparve la volpe. 
“Buon giorno”, disse la volpe. 
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. 
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…” 
“Chi sei?” domando’ il piccolo principe, “sei molto carino…” 
“Sono una volpe”, disse la volpe. 
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono cosi’ triste…” 
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”. 
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe. 
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: 
“Che cosa vuol dire <addomesticare>?” 
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?” 
“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe. 
“Che cosa vuol dire <addomesticare>?” 
“Gli uomini” disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?” 
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “<addomesticare>?” 
“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…” 
“Creare dei legami?” 
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro’ per te unica al mondo”. 
“Comincio a capire” disse il piccolo principe. “C’e’ un fiore… credo che mi abbia addomesticato…” 
“E’ possibile”, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…” 
“Oh! non e’ sulla Terra”, disse il piccolo principe. 
La volpe sembro’ perplessa: 
“Su un altro pianeta?” 
“Sì”. 


“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
 

“No”. 
“Questo mi interessa. E delle galline?” 
“No”. 
“Non c’e’ niente di perfetto”, sospiro’ la volpe. Ma la volpe ritorno’ alla sua idea: 
“La mia vita e’ monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio’. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara’ illuminata. Conoscero’ un rumore di passi che sara’ diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara’ uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu’ in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e’ inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e’ triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sara’ meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che e’ dorato, mi fara’ pensare a te. E amero’ il rumore del vento nel grano…” 
La volpe tacque e guardo’ a lungo il piccolo principe: 
“Per favore… addomesticami”, disse. 
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, pero’. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”. 
“Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno piu’ tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia’ fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu’ amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!” 
“Che cosa bisogna fare?” domando’ il piccolo principe. 
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, cosi’, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ piu’ vicino…” 
Il piccolo principe ritorno’ l’indomani. 
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. 
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero’ ad essere felice. Col passare dell’ora aumentera’ la mia felicita’. Quando saranno le quattro, incomincero’ ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro’ il prezzo della felicita’! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro’ mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”. 
“Che cos’e’ un rito?” disse il piccolo principe. 
“Anche questa e’ una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’e’ un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e’ un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”. 
Cosi’ il piccolo principe addomestico’ la volpe. 
E quando l’ora della partenza fu vicina: 
“Ah!” disse la volpe, “… piangero'”. 
“La colpa e’ tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…” 
“E’ vero”, disse la volpe. 
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe. 
“E’ certo”, disse la volpe. 
“Ma allora che ci guadagni?” 


“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
 

Poi soggiunse: 
“Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua e’ unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero’ un segreto”. 
Il piccolo principe se ne ando’ a rivedere le rose. 
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e’ per me unica al mondo”. 
E le rose erano a disagio. 
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si puo’ morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e’ piu’ importante di tutte voi, perche’ e’ lei che ho innaffiata. Perche’ e’ lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche’ e’ lei che ho riparata col paravento. Perche’ su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche’ e’ lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche’ e’ la mia rosa”. 
E ritorno’ dalla volpe. 
“Addio”, disse. 


“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale e’ invisibile agli occhi”.
 

“L’essenziale e’ invisibile agli occhi”, ripete’ il piccolo principe, per ricordarselo. 
“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi’ importante”. 
“E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurro’ il piccolo principe per ricordarselo. 
“Gli uomini hanno dimenticato questa verita’. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…” 
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripete’ il piccolo principe per ricordarselo. 

Ballavo

Ballavo, un giorno, anni fa, si, danzavo, lasciavo che il mio corpo esprimesse i propri sentimenti, il proprio stato d’animo, ripenso a quel giorno, a quei giorni, mi rivedo, mi ripenso, mi rivivo…ero io, amavo la danza, amavo ballare, amavo esprimermi attraverso l’uso del mio corpo.

E mi ritrovo oggi, non più ballerina, non più danzatrice, mi ritrovo agitata come normalmente ero prima di iniziare il saggio, prima dello spettacolo tanto atteso di fine anno, dopo mesi e mesi di duro lavoro e prove infinite, mi ritrovo oggi con il cuore a mille, con la solita fetida e maledetta paura di sbagliare…

E non ce la faccio.
E mi rilego alla danza, mi riconosco in essa, la mia unica possibilità di salvezza, la mia aria, la mia vita, la mia ancora. La danza come arte essenziale per accendere il motore del mio cuore, della mia anima, della mia mente. Ballare, danzare, una cosa naturale per me, ma allo stesso tempo innaturale.

Naturale perchè a parere mio tutto è sempre stato danza, ogni movimento, ogni pensiero, ogni gesto.
Il roteare della Terra, il cantare dolcemente, il fare l’amore, il vestirsi, il mangiare, l’andare a letto, lo scrivere una storia sulla tastiera, il salire in auto……tutto ai miei occhi è sempre stato danza.

La rivivo adesso, mi riguardo adesso, la ripenso oggi, ma non è più una cosa naturale.
Innaturale la danza, non viene da me, non più, non dal mio cuore, non dalla mia mente, non dalla mia natura, non dai miei movimenti, non dai miei gesti quotidiani, proviene da una punto di controllo quasi fosse telecomandato esterno al mio cervello, sconosciuto dalla mia mente, ad oggi ancora inspiegabile, impalpabile, irreale, invisibile, incredibile.
Non sono io a comandare la mia danza, la musica naturalmente parte e io ballo.
Semplicemente ballo. Semplicemente vivo.

Mio Rangi, accendiamo la musica e balliamo?

Innamoratevi!

Innamoratevi!
Se non vi innamorate è tutto morto.
Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto.
Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria.
Siate tristi e taciturni con l’esuberanza.
Fate soffiare in faccia alla gente la felicità.

Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.

Siate felici!
Dovete patire, stare male, soffrire.
Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre.
E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto.
E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così.
E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perchè non mi ci sono messo prima?!
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole.
Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara!
Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre..
Forza, cancellate tutto!

(dal film “La Tigre e la Neve” – Roberto Benigni)

Immagine dal Web
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